L’ex presidente della «Repubblica Srpska» riconosciuto colpevole di genocidio paga per i crimini orrendi che insanguinarono l’ex Jugoslavia per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale. Ma la verità deve ancora essere raccontata

Un risarcimento parziale per le vittime e una verità incompleta per la storia della guerra nei Balcani. È il senso della condanna di Radovan Karadzic, giunta vent’anni dopo l’eccidio di Srebrenica e venticinque dall’inizio dell’assedio di Sarajevo. Una sentenza che attraversa una generazione soddisfa la memoria, per quanti avranno voglia di rileggere la ricostruzione del più grande massacro di popoli dalla seconda guerra mondiale, ma non allevia il dolore e non spiega l’enigma del personaggio più controverso e più appariscente nelle cronache dell’epoca.

Le poesie

Chi era davvero lo psichiatra di Sarajevo, il professore nato in Montenegro, apprezzato per le sue poesie dagli Accademici di Belgrado, ingaggiato come improbabile psicologo dalla squadra di calcio serba della Stella Rossa e all’improvviso assunto al ruolo di capopopolo, di difensore e ideologo della causa serba fino a ritagliarsi un ruolo decisivo — almeno nei primi anni guerra, durante l’assedio di Sarajevo e fino alla pace di Dayton — nella partita diplomatica e militare, dal momento che, nelle estenuanti sedute internazionali per tentare dicomporre il conflitto, fu un interlocutore ascoltato, se non proprio rispettato, di presidenti, diplomatici, mediatori internazionali. Già, chi era davvero il presidente dalla chioma d’argento, il medico dell’ospedale di Sarajevo che dopo gli anni della pacifica convivenza, persino delle amicizie, delle serate conviviali con colleghi di ogni etnia e fede, bosniaci, croati, musulmani, si spinse a ordinare raffiche e bombardamenti sulle loro case, sulle loro famiglie, persino sull’ospedale in cui affluivano ogni giorno le vittime dei cecchini.

Meriti accademici

A Sarajevo, al numero 2 di Sutjeska Ulica, c’è ancora la sua casa, il salotto in cui declamava le sue poesie, in cui vantava meriti accademici (persino un anno alla Columbia University), al pari delle conquiste femminili, peraltro accompagnate dall’ironia dei colleghi e amici. Di sua moglie, che non era proprio una bellezza era notoriamente succube. La fece nominare presidente della Croce Rossa serbo-bosniaca, un’aureola di rispettabilità che copriva anche traffici e arricchimenti sulle armi, sugli aiuti internazionali, sulle esigue risorse di un popolo — i serbi di Bosnia — intossicato di propaganda, trascinato in un giudizio sommario di colpevolezza, ridotto a chiedere alla comunità internazionale sovvenzioni per un minimo di sopravvivenza. Karadzic comandava e dirigeva dalle alture di Pale, il villaggio da cui partivano le piste delle Olimpiadi di Sarajevo, ultimo scampolo di una Bosnia pacifica e multietnica ormai cancellata dalla guerra e non più ricostituibile nell’interminabile processo di pace che non riesce a nascondere odi, rivalità, miserie della spartizione del potere fra i piccoli capipopolo di oggi.

Piccolo Hitler

Pale fu impropriamente definito il «nido delle aquile» per ovvia allusione al piccolo Hitler dei Balcani che teorizzava la superiorità della razza serba e montenegrina («gli uomini hanno la tibia più lunga») e che portò fino alle estreme conseguenze la manipolazione di più o meno giustificati torti etnici. Se in parte è anche vero che il processo d’indipendenza delle Repubbliche della ex Yugoslavia solleticò le ambizioni della maggioranza musulmana bosniaca, a sua volta agitata dal leader Izetbegovic, è soprattutto vero che Karadzic e il suo braccio militare, il generale serbo Ratko Mladic, furono l’alibi del nazionalismo panserbo di Slobodan Milosevic, il sicario di tanti massacri rimasti impuniti fino alla sentenza di ieri e infine gli ingombranti alleati da scaricare. Milosevic se ne liberò per sedersi da protagonista al tavolo della pace di Dayton, ma il gioco non gli risparmiò successivamente il processo all’Aja, per quanto conclusosi nel suo caso senza sentenza e con ambiguità insolute. La presa di distanza e un ruolo sicuramente attivo nelle operazioni di cattura hanno ripulito un po’ l’immagine delle autorità di Belgrado, aprendo di fatto la strada alla marcia di avvicinamento all’Europa.

Responsabilità

La condanna di Karadzic di fatto sancisce anche in linea teorica e giuridica che a Srebrenica fu messo in atto un genocidio, cioè il sistematico annientamento di una popolazione e di una sola etnia. Ma, come ricordato nei ricorrenti anniversari del massacro, restano ancora nell’ombra le responsabilità collaterali di quanto avvenne: dai caschi blu olandesi che non intervennero ai tessitori di oscure trame che, sul sangue di Srebrenica, avrebbero dato uno sbocco alla pace e alla spartizione del Paese. Con gli occhi di oggi, dell’Europa aggredita dal terrorismo islamico, ferita nei suoi valori e ancora incapace di reazione coerente, la storia di Karadzic, di Srebrenica e della guerra di Bosnia andrebbe ripercorsa ricordando anche il tentativo in parte riuscito di islamizzazione di quel Paese martoriato, l’infiltrazione di combattenti islamici giunti da diversi angoli del Medio Oriente, gli aiuti militari ed economici giunti dalle monarchie del Golfo, anche in uno spirito di solidarietà concreto, rispetto a quello ondivago e verbale dell’Europa e dell’Occidente.

Indignazione

Di sicuro, qualcuno di quei combattenti è rimasto sul territorio, in cellule dormienti che con il tempo si sono risvegliate. Molto probabilmente, qualcuno entrò nella controversa contabilità dello stesso massacro di Srebrenica. Tuttoquesto, naturalmente, non sposta di una virgola le responsabilità morali di Karadzic e di quanti parteciparono al massacro, né attenua l’orrore e l’indignazione per un disegno ideologico che fece presa non soltanto nella popolazione ma anche nel mondo culturale e religioso serbo ortodosso che dette credito allo psichiatra vanesio e spietato. Ma può aiutare a interpretare e forse a riscrivere il senso di una narrazione balcanica in cui tutti furono in diversa misura colpevoli e con la quale l’Europa di oggi — assediata dai flussi migratori e piegata dal terrorismo — deve continuare a fare i conti.