{"id":13894,"date":"2019-06-13T14:30:05","date_gmt":"2019-06-13T12:30:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=13894"},"modified":"2019-12-16T07:57:44","modified_gmt":"2019-12-16T06:57:44","slug":"cosi-vissi-e-raccontai-piazza-fontana-lomicidio-tobagi-e-la-caduta-del-muro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=13894","title":{"rendered":"Cos\u00ec vissi e raccontai Piazza Fontana, l&#8217;omicidio Tobagi e la caduta del Muro"},"content":{"rendered":"<h2>La mia carriera ripercorsa attraverso le domande di un giovane giornalista<\/h2>\n<p><em>Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai cos\u00ec presto?<\/em><br \/>\nLa partenza \u00e8 naturalmente casuale: frequentavo il liceo classico Parini a Milano, istituto di un certo valore, dove c\u2019era un giornalino \u2013 diventato molto famoso poi nei moti del Sessantotto \u2013 di nome La zanzara. Ho quindi iniziato a lavorare in redazione e l\u00ec \u00e8 nata la passione.<\/p>\n<p><em>E nel 1969 inizia all\u2019Avvenire.<\/em><br \/>\nL\u00ec c\u2019\u00e8 stato un incontro casuale durante le vacanze estive con il Direttore dell\u2019epoca, Leonardo Valente \u2013 ex giornalista della RAI, scomparso piuttosto giovane \u2013 il quale aveva avuto l\u2019incarico ambizioso \u2013 ma complicato \u2013 di fondere due giornali: l\u2019Avvenire e L\u2019Italia, due giornali d\u2019ispirazioni cattoliche diverse. Uno pi\u00f9 tradizionale e conservatore, l\u2019altro pi\u00f9 aperto al dialogo e al dissenso (era un\u2019epoca di forti travolgimenti sociali, culturali ed economici). L\u2019esperimento non dur\u00f2 tantissimo, di fatti Valente si dimise e venne sostituito da un Direttore pi\u00f9 tradizionale, che era Angelo Narducci, anche se lo spirito del giornale rimase inalterato. A Milano c\u2019erano gi\u00e0 molti giornali importanti: l\u2019Unit\u00e0 del Partito Comunista vendeva molte copie, il Corriere della Sera, Il Giorno; e di l\u00ec a poco sarebbero nati il Giornale \u2013 con la scissione di Indro Montanelli \u2013 e nel \u201876 la Repubblica. In questo panorama, l\u2019Avvenire era un\u2019officina di giovani: molti giornalisti della mia generazione \u2013 tra cui Walter Tobagi \u2013 hanno fatto brillanti carriere.<\/p>\n<p><em>Era pericoloso stare in giornali come l\u2019Avvenire nel Sessantotto?<\/em><br \/>\nPericoloso non direi: essendo piccolo, aperto, battagliero, evidentemente c\u2019erano dei temi \u2013 come l\u2019aborto e il divorzio \u2013 che non potevano essere trattati con disinvoltura. Era giornale molto attento ai sindacati, alla chiesa del dissenso, ai poveri, alle istanze sociali di quell\u2019epoca. Ricordo che seguii il sindacato, le cronache giudiziarie, i moti studenteschi. Era un momento di grande cronaca giudiziaria: nel \u201869 c\u2019\u00e8 la strage di Piazza Fontana. Le indagini sulle piste nere o anarchiche \u2013 caso Pinelli, caso Calabresi \u2013 hanno segnato un\u2019epoca ed erano le prime avvisaglie del terrorismo. C\u2019erano movimenti sovversivi in Trentino-Alto Adige, movimenti insurrezionali nell\u2019alta Valtellina, attentati \u2026 La cronaca giudiziaria era molto importante e i grandi giornali erano piuttosto impreparati a questa ventata professionale e quindi pescarono anche diversi giornalisti proprio da Avvenire. Di fatti entrai al Corriere a venticinque anni. Milano era una citt\u00e0 complicata: con le elezioni comunali del 1975 c\u2019\u00e8 stata la prima giunta rossa. Sembrava di stare nel centro di una grande svolta eversiva e reazionaria, ma al contempo Milano era la citt\u00e0 dei grandi movimenti di piazza e delle grandi manifestazioni sindacali. I sabati erano complicati con manifestazioni e contromanifestazioni, fino ad episodi drammatici come l\u2019uccisione a randellate di Ramelli o gli spari della polizia alla Bocconi che uccisero Franceschi, fino al \u201877 quando i terroristi di Prima Linea spararono alla Polizia. Da l\u00ec inizi\u00f2 l\u2019epoca delle Brigate Rosse, che raggiunse l\u2019apice con l\u2019omicidio di Aldo Moro.<\/p>\n<p><em>Nel frattempo, lei era anche andato negli Stati Uniti e si trov\u00f2 nel bel mezzo del Watergate.<\/em><br \/>\nNon ci sono andato apposta: era pi\u00f9 una questione personale. Avendo cominciato presto a fare il giornalista, bruciai molte tappe, ma ad un certo punto mi resi conto che dovevo maturare su altri fronti, non mi ero ancora laureato, parlavo malissimo l\u2019inglese perch\u00e9 avevo studiato il tedesco, non avevo fatto vacanze e viaggi \u2026 Insomma: le tipiche cose che si fanno a vent\u2019anni con gli amici, cio\u00e8 partire con lo zaino. Mi sono quindi girato l\u2019America da solo con i pullman della Greyhound. Sin da bambino ero amico di Vittorio Zucconi di Repubblica, che era gi\u00e0 corrispondente a Washington per La Stampa. Stetti anche un mese a casa sua: seguire il Watergate dall\u2019ufficio della Stampa e dalla casa di un grande giornalista per me \u00e8 stato un privilegio.<\/p>\n<p><em>Al Corriere c\u2019era Piero Ottone \u2026<\/em><br \/>\nC\u2019era la fama \u2013 e la propaganda \u2013 per cui al Corriere entravano solo giornalisti comunisti.<\/p>\n<p><em>Ed era cos\u00ec?\u00a0<\/em><br \/>\nNo, non era cos\u00ec, anche se noi eravamo un gruppo di giornalisti di sinistra (c\u2019era la necessit\u00e0 di ovviare alla diaspora montanelliana): molti entrarono al Corriere dal Giorno, dall\u2019Avanti!, dall\u2019Unit\u00e0, dall\u2019Avvenire. Come si usa nei giornali, la prima persona che incontri \u00e8 il Direttore, che ti vuole conoscere. Prima di Ottone incontrai il Vicedirettore Di Bella, che era una persona di grande umanit\u00e0 \u2013 quasi un padre \u2013 al di l\u00e0 degli scandali successivi. Lo ricordo con grande affetto, perch\u00e9 quando ammazzarono Tobagi lui era Direttore e mi incaric\u00f2 di fare il servizio; venne dietro alla mia scrivania, battendomi sulla spalla, visto il trauma. Mi disse: \u00abGuarda che Ottone guarda negli occhi la gente, cerca di non abbassare mai lo sguardo, perch\u00e9 da l\u00ec lui capisce se una persona \u00e8 intelligente e merita di stare al Corriere.\u00bb Per cui entrai nello studio di Ottone \u2013 che \u00e8 uguale a quello di adesso, con la Treccani alle spalle e la scrivania in mogano \u2013 e lo guardai negli occhi. Ebbi qualche problema con il comitato di redazione dell\u2019epoca, che era in mano a persone vicine al PSI di Craxi e che cercavano di fare entrare i loro uomini. Tanto \u00e8 vero che firmai il contratto il primo maggio, quando il giornale era deserto. Rispetto alla stampa di oggi \u00e8 incredibile che allora gli amministratori dei grandi giornali facevano un\u2019offerta che non potevi rifiutare e soprattutto era talmente importante quell\u2019offerta rispetto allo stipendio che avevo prima che non ebbi neanche la forza di replicare (probabilmente se avessi chiesto qualcosa in pi\u00f9 me lo avrebbero dato). Adesso \u00e8 esattamente il contrario: a momenti, per scrivere bisogna pagare.<\/p>\n<p><em>Alla fine, si laurea in filosofia, ma studi come questi sono essenziali per gli studenti che volevano e vogliono fare i giornalisti?<\/em><br \/>\nAll\u2019epoca le scuole di giornalismo non c\u2019erano: si era giornalisti consumando le suole delle scarpe. C\u2019era il famoso praticantato di diciotto-venti mesi, poi c\u2019era l\u2019esame di Stato ed entravi nell\u2019Ordine. Naturalmente, una laurea di allora valeva qualcosa di pi\u00f9, cos\u00ec come conoscere le lingue. La carriera era un qualcosa da costruire artigianalmente: eri giudicato per la tua bravura o inefficienza, ma di sicuro non solo in base a tuoi titoli di studio. Spesso la scrittura \u00e8 anche solo un dono: la parola scritta era molto pi\u00f9 importante rispetto ad oggi. Ottone aveva introdotto una cultura pi\u00f9 anglosassone, cio\u00e8 i fatti separati dalle opinioni, la scuola di Panorama di Lamberto Sechi \u2026 Al di l\u00e0 del fatto che ci fossero grandi firme e senior straordinari \u2013 non solo Indro Montanelli, ma anche Mario Cervi, Egisto Corradi, Luigi Barzini, Ettore Mo, Alberto Moravia \u2013 per i giovani c\u2019era ancora grande spazio: Ottone mi fece scrivere sulla terza pagina del Corriere tre anni dopo il mio ingresso. Uno dei miei primi servizi fu una rivolta al San Vittore, che venne pubblicato in prima pagina: per i giovani d\u2019oggi \u00e8 molto pi\u00f9 difficile farsi strada, anche perch\u00e9 i vecchi sono inamovibili.<\/p>\n<p><em>Da giovane lei \u00e8 stato inviato in Africa e Asia: non sono di solito, appunto, i grandi vecchi a fare gli inviati all\u2019estero?<\/em><br \/>\nIo ho cominciato all\u2019et\u00e0 giusta: fino ai trent\u2019anni mi sono occupato di cronache italiane, Brigate Rosse, terrorismo, cronaca giudiziaria, regione, municipio. Quando arriv\u00f2 Cavallari c\u2019era una tradizione \u2013 che purtroppo oggi si \u00e8 persa \u2013 cio\u00e8 di avere un inviato che seguisse in modo permanente il Meridione d\u2019Italia, facendo base a Napoli, dove venni mandato e rimasi per quattro anni. Seguivo dalla Chiesa, le BR al Sud, le cronache di Mafia. All\u2019estero andai verso i trentacinque anni, anche se mi erano capitati gi\u00e0 diversi servizi. Era il giorno di Pasqua del 1976 ed ero di turno al giornale, quando ci fu il terremoto in Jugoslavia e mi mandarono sul posto. Avevo la fortuna di sapere il tedesco e quindi mi mandarono in Germania e in Europa dell\u2019Est: dalla caduta del Muro ho sempre fatto estero.<br \/>\nLei \u00e8 molto attento all\u2019Europa, che proprio tra la fine degli anni Ottanta e l\u2019inizio degli anni Novanta prendeva forma: oggi l\u2019Unione \u00e8 in crisi, ma quali erano le speranze di allora?<br \/>\nQuello europeo era un sogno rovesciato rispetto all\u2019oggi: i paesi dell\u2019Est \u2013 tutto sommato egemonizzati dal Patto di Varsavia e dalla presenza dell\u2019Unione Sovietica nonostante gli anni della perestrojka \u2013 cominciavano a farsi sentire ed erano stati aperti degli spiragli culturali. Gi\u00e0 nell\u201987 i rapporti tra le due Berlino erano molto migliorati e c\u2019era un dialogo forte. I due sindaci s\u2019incontrarono e inventarono la celebrazione dei settecentocinquant\u2019anni dalla fondazione della citt\u00e0. A Berlino Est ci furono grandi restauri della citt\u00e0 e gli avvicinamenti gi\u00e0 si percepivano. Nell\u201987 andai a fare una grande inchiesta nella Germania dell\u2019Est e non solo ebbi senza grossi problemi la possibilit\u00e0 di intervistare intellettuali dissidenti, ma dalle persone pi\u00f9 attente e aperte si percepiva che il sistema della DDR \u2013 che comunque era avanzato rispetto agli altri paesi comunisti a livello tecnico-industriale \u2013 non reggeva pi\u00f9 a livello competitivo. Inoltre, non arrivavano pi\u00f9 aiuti da Mosca, che a sua volta aveva enormi problemi.<\/p>\n<p><em>Era quindi annunciato il crollo del blocco dell\u2019Est?<\/em><br \/>\nNon in termini cos\u00ec rapidi o cos\u00ec traumatici, se non altro non violenti, a parte la Romania e inizialmente i primi moti in Polonia all\u2019inizio degli anni Ottanta con Solidarno\u015b\u0107. In quel momento le speranze erano moltissime: questi paesi avevano fondamentalmente per una loro storia e collocazione un\u2019identit\u00e0 pi\u00f9 europea che russa o filorussa. La Polonia aveva sempre sofferto il giogo russo: c\u2019erano state gi\u00e0 sollevazioni popolari nell\u2019Ottocento, quando la Polonia era filofrancese ai tempi di Napoleone (nel mio libro Infinito amore ripercorro la storia della contessa polacca Maria Walewska), che non a caso fece la campagna di Russia e liber\u00f2 la Polonia. Anche l\u2019Ungheria era sempre stata pi\u00f9 filoaustriaca che filosovietica (appena caduto il Muro di Berlino erano state rimesse le statue dell\u2019imperatrice Sissi). Erano paesi che avevano storie filoeuropee e filotedesche, nonostante la parentesi nazista in cui la Germania invase i paesi dell\u2019Est, ma non dimentichiamo che i collaborazionisti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, eccetera, furono moltissimi. Non solo: molti nazisti si rifugiarono nella Germania dell\u2019Est e cambiarono la casacca, diventando comunisti. Sicuramente ci fu una visione miope \u2013 per quanto ambiziosa \u2013 della Germania che in termini diversi dall\u2019epoca nazista con altri mezzi immaginava un\u2019egemonia sui paesi satelliti, tanto \u00e8 vero che dopo la Riunificazione la Volkswagen si trasfer\u00ec in Repubblica Ceca. I polacchi sono stati i primi veri immigrati in Europa: la Thatcher e Mitterrand in particolare temevano la potenza della Germania; ci fu la famosa battuta attribuita ad Andreotti, \u00abAmo talmente la Germania che ne preferisco due.\u00bb Sicuramente c\u2019era una grande speranza, coltivata anche da un paese fondatore come l\u2019Italia, che vide nell\u2019Europa una grande possibilit\u00e0 di sviluppo. L\u2019Italia \u00e8 stata per molti anni uno dei paesi pi\u00f9 filo-Europa, anche se oggi tutto questo \u00e8 molto meno percepito: con l\u2019apertura della cortina di ferro e la caduta del Muro arrivarono moltissime persone nell\u2019Europa dell\u2019Ovest, soprattutto in Germania. Tutti loro furono accolti a braccia aperte; e si trattava di persone tecnicamente preparate (arrivarono anche le badanti rumene e gli idraulici polacchi). Il paese che ha avuto pi\u00f9 problemi in tal senso \u2013 perseguendo una sorta di Brexit mascherata \u2013 fu proprio la Francia, che bocci\u00f2 il trattato costituzionale. L\u2019opinione pubblica francese era contraria a Maastricht: i francesi hanno sempre sfondato il patto di stabilit\u00e0 e hanno sempre cercato una sponda tedesca per stare in Europa in una posizione di egemonia continentale, pur non avendone in fin dei conti i requisiti in termini economici. La struttura dello Stato, l\u2019eredit\u00e0 imperiali e belliche hanno dato alla Francia delle carte che nessun altro paese europeo aveva ed ha. La Francia \u00e8 il paese con la maggior rete diplomatica del mondo, siede nel Consiglio di sicurezza, ha l\u2019energia nucleare, il Parlamento europeo \u00e8 a Strasburgo, le lobby francesi sono potentissime a Bruxelles, hanno occupato per merito posti chiave (Lagarde al Fondo Monetario Internazionale o Trichet alla Banca Centrale Europea ad esempio). In questo senso la Germania ha trovato una sponda utile sul piano politico. Tutto questo ha in parte portato ad un grande euroscetticismo nei confronti degli altri paesi: ancora prima l\u2019Europa ha fatto la spettatrice impotente a tutta la crisi della Jugoslavia, ha subito l\u2019egemonia americana \u2013 e continua ancora a subirla \u2013, ha seguito in maniera acritica tutta una serie di politiche estere \u2013 pensiamo alla crisi dell\u2019Ucraina \u2013 \u2026 Un\u2019ondata sovranista ha certamente le sue ragioni d\u2019essere: non \u00e8 liquidabile con l\u2019idea del razzismo.<\/p>\n<p><em>Lei \u00e8 in Francia da molti anni: che opinione c\u2019\u00e8 veramente nei confronti dell\u2019Italia?<\/em><br \/>\nLa domanda merita una risposta complessa, ma personalmente credo che il rapporto tra Italia e Francia resti un rapporto di grande amicizia e ammirazione reciproca, nonch\u00e9 di grandi scambi e interessi culturali-economico-finanziari. L\u2019interscambio tra Italia e Francia \u00e8 molto importante: la bilancia commerciale \u00e8 a nostro favore, specialmente nei settori dell\u2019alimentare, della moda, dell\u2019artigianato; ed \u00e8 sbagliato avere una tensione politica permanente con i francesi. In questo senso, certe \u00e9lite francesi soffrono di un complesso di superiorit\u00e0, per cui tendono spesso a considerarci inaffidabili; per certi aspetti invece in Italia c\u2019\u00e8 un complesso di inferiorit\u00e0, salvo poi \u2013 come \u00e8 venuto sempre nella Storia \u2013 i grandi architetti, i grandi pittori, i grandi musicisti, i grandi intellettuali in qualche modo emigrano in Francia e l\u00ec hanno successo. Tanto pi\u00f9, i francesi sotto sotto ci amano e ci invidiano anche, perch\u00e9 a Parigi si mangia italiano e di solito \u2013 a parte i viaggi esotici \u2013 i francesi vanno in Italia (ci sono cinque voli al giorno Parigi-Venezia).<\/p>\n<p><em>Anche in Francia possiamo parlare di crisi del giornalismo e del modello di business dei giornali?<\/em><br \/>\nLa crisi del giornalismo \u00e8 mondiale: in molti paesi \u2013 non parlo di quelli europei \u2013 non ha neppure vissuto una bella stagione. In Europa c\u2019\u00e8 una forte crisi ed \u00e8 la conseguenza diretta di uno sviluppo dei mezzi d\u2019informazione e del sistema mediatico che ha totalmente rivoluzionato l\u2019informazione, uccidendo de facto la carta, senza produrre il suo sostituto. Il giornale online vende poco ed \u00e8 cannibalizzato da tutto ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 di gratis e online. Non si capisce per quale ragione si dovrebbe pagare per un articolo di giornale quando si trova tutto gratuitamente. Si \u00e8 cercato di correre un po\u2019 ai ripari cercando di far pagare dei contenuti con piccoli contributi, ma i giornali sono entrati in crisi anche per la forte perdita di pubblicit\u00e0, anche perch\u00e9 vendendo molto online le grandi imprese capiscono che un blog o un influencer apporta molto pi\u00f9 clienti di quelli che ne attrae una pagina sul giornale. Non solo: i prezzi stessi delle pubblicit\u00e0 sono calati \u2026 L\u2019eccezione \u00e8 quella tedesca, perch\u00e9 in Germania le attitudini verso la lettura sono importanti: l\u2019interesse per i giornali \u00e8 rimasto piuttosto forte. Tutti cercano di correre ai ripari: pensiamo al New York Times e al Washington Post che sono stati acquistati dai tycoon di altri settori. Quel tipo di giornali sono aiutati dal fatto che sono in lingua inglese. I nostri uffici di corrispondenza sono stati chiusi o ridotti, gli inviati girano sempre meno: ricordo che alcuni servizi, in Asia o nella ex Jugoslavia, io li definivo \u201clunghe degenze\u201d, visto che l\u2019inviato stava in ballo per settimane. Oggi l\u2019inviato parte, sta via il minimo possibile per spendere meno, cosa che non fa altro che frustrare la qualit\u00e0 del suo lavoro.<\/p>\n<p><em>Si parla spesso di fake news, ma per lei che ha vissuto l\u2019epoca d\u2019oro del giornalismo, quali sono le pi\u00f9 grandi fake news che ha seguito o con cui ha avuto a che fare?<\/em><br \/>\nSicuramente ricordo l\u2019idea accreditata anche dal Corriere che Pietro Valpreda e l\u2019anarchico Pinelli fossero in qualche modo coinvolti nella strage di Piazza Fontana. Caso che forse \u00e8 sbagliato paragonare in modo cos\u00ec automatico alle fake news, perch\u00e9 quello era un depistaggio: si deviava una vicenda particolarmente grave e traumatica per il paese verso altri obiettivi. La P2 fu in qualche modo inventata per costruire nell\u2019opinione pubblica un clima diverso. Il caso Tortora, che seguii da vicino perch\u00e9 stavo a Napoli, era alimentato da un abbaglio della Giustizia, alimentato tra l\u2019altro da fake news dei pentiti, che attribuirono a Tortora traffici e spacci di droga che non gli appartenevano: una macchina del fango che distrusse il personaggio \u2026 Tutte cose che sono difficili a catalogare come fake news, che per altro sono alimentate dagli stessi utenti.<\/p>\n<p><em>Le faccio un\u2019ultima domanda. Prima lei ha accennato ad alcuni grandi del mestiere, ma chi sono state le sue guide fondamentali nella sua professione di giornalista?<\/em><br \/>\nDal punto di vista della scrittura sicuramente Alberto Cavallari: la capacit\u00e0 di essere persona colta e allo stesso tempo di raccontare grandi reportage con grande acutezza. Anche Montanelli aveva una grande scrittura, ma lui era un opinionista: ricordo i suoi editoriali e una volta, dopo la guerra del Kosovo, mi invit\u00f2 a casa sua perch\u00e9 voleva avere notizie fresche. \u00abIo scrivo di politica interna e non scriver\u00f2 mai di cose che non conosco. Voglio capire le cose da chi sta sul campo\u00bb, mi disse. Di Bella sul piano dell\u2019umanit\u00e0, nonostante lo scandalo e i suoi torti. Lui era un animale giornalistico, che fondamentalmente non era una penna (scrisse pochissimi articoli), ma fiutava la notizia. I direttori della mia formazione avevano tutti una grande caratteristica: erano direttori che facevano solo i direttori. Poi \u00e8 venuta un\u2019epoca in cui i direttori \u2013 a cominciare da Ostellino \u2013 sono stati direttori molto nazionali, dentro le vicende politiche, molto attivi nel fare del giornale un centro di dibattito, discussione e scontro (in questo credo che Mieli sia stato un maestro, il primo innovatore circa un nuovo modo di essere giornalista e giornalista del Corriere). Mieli smont\u00f2 la terza pagina e abbandon\u00f2 in larga misura l\u2019estero, anche perch\u00e9 la Storia lo condusse verso quella direzione, visto che era l\u2019epoca di Mani Pulite e dell\u2019arrivo di Berlusconi. Con de Bortoli c\u2019\u00e8 stata una certa restaurazione, anche l\u00ec, spinto da motivi storici: ci fu l\u2019Afghanistan, l\u2019attentato alle Torri Gemelle, la guerra in Iraq e quella di Jugoslavia. Non metto n\u00e9 Ostellino, n\u00e9 Stille, n\u00e9 Mieli nell\u2019ottica dei miei maestri. Ho avuto un rapporto importante con Verdelli e soprattutto con de Bortoli: entrambi hanno una straordinaria capacit\u00e0 di lavoro e di andare oltre i fatti. De Bortoli entr\u00f2 al Corriere negli stessi anni in cui entrai io: abbiamo fatto una carriera parallela su ruoli e obiettivi diversi, ma \u00e8 rimasta sempre una grande amicizia tra di noi. Lo considero un maestro, ma non tanto un maestro da cui mi sento di imparare (visto che entrambi abbiamo fatto cose che l\u2019altro non ha fatto), quanto ha sempre avuto una dimensione etica del lavoro straordinaria. Una capacit\u00e0 di gestire le cose e le persone con estrema calma, apertura e capacit\u00e0 di ascolto. De Bortoli lo conosco da quanto era ragazzo: pur essendo partito da una dimensione di cronaca, poi attenzione a fatti economici, nel corso degli eventi ha maturato anche una straordinaria capacit\u00e0 di scrittura e di visione dei fatti internazionali. Alcune sue interviste e racconti sono stati notevoli.<\/p>\n<p>Intervista realizzata da Amedeo Gasparini, collaboratore de L\u2019universo e de L\u2019Osservatore. Laurea in Scienze della comunicazione, Master in Relazioni Internazionali \u00e8 appassionato di storia, giornalismo e tematiche internazionali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mia carriera ripercorsa attraverso le domande di un giovane giornalista Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai cos\u00ec presto? 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