{"id":13884,"date":"2019-11-11T09:02:20","date_gmt":"2019-11-11T08:02:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=13884"},"modified":"2019-11-11T09:03:58","modified_gmt":"2019-11-11T08:03:58","slug":"la-rivoluzione-degli-ossis","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=13884","title":{"rendered":"La rivoluzione degli Ossis"},"content":{"rendered":"<p>La Bild Zeitung cominci\u00f3 a pubblicare offerte di lavoro, alloggio e ospitalit\u00e0 gratuita. I fratelli dell&#8217;Est diventavano cos\u00ec cittadini di una sola Germania, a tutti gli effetti, compresi sussidi e pensioni, calcolati in marchi dell\u2019Ovest. Gli annunci della Bild erano la pi\u00f9 significativa avvisaglia del comune sentire e di un percorso popolare che non si sarebbe fermato fino alla caduta del Muro e alla riunificazione del Paese. Nell\u2019estate dell\u2019Ottantanove, decine di migliaia di tedeschi orientali erano ammassati alla frontiera fra l\u2019Austria e l\u2019Ungheria. A centinaia si erano rifiugati nei giardini dell\u2019ambasciata tedesca a Praga. Un fiume umano scorreva verso la libert\u00e0 fino a Passau, la Venezia della Baviera, dove si congiungono il Danubio, l&#8217;Inn e l&#8217;Ilz e dove, idealmente, si riannodavano i fili della Mitteleuropa spezzati dal comunismo.<\/p>\n<p>Nelle tendopoli di profughi, erano stati improvvisati, con straordinario tempismo e organizzazione teutonica, una sorta di uffici di collocamento: impiegati e assistenti sociali cercavano ingegneri, tecnici, operai specializzati, infermieri; selezionavano sul posto curriculum e aspirazioni, bisogni individuali e situazioni familiari. I contratti e le proposte di lavoro viaggiavano su telex e fax, montati accanto alle cucine da campo. Non c&#8217;erano problemi di lingua, cultura, origini, visti: i tedeschi dell&#8217;Est, in quell\u2019estate di slanci ideali e solidali, erano uguali ai tedeschi dell\u2019Ovest\u00a0;\u00a0 soltanto pi\u00f9 tristi e spaventati, si riconoscevano dalle scarpe e dalle borse da viaggio, dagli occhi gonfi di stanchezza, dai sacchetti di plastica e dalle Trabant, le ridicole vetturette a miscela inquinante, cui la generosa Germania di Bonn avrebbe anche fornito targa e immatricolazione provvisorie.<\/p>\n<p>Di fatto, la Germania comunista, ancora prima di cadere come regime dittatoriale e improbabile barriera anticapitalista, si stava svuotando. Il Paese perdeva le migliori energie, i giovani, la generazione nata dopo la costruzione del Muro, cresciuta sotto la cappa del regime, senza la memoria della guerra e del Nazismo, quindi sempre pi\u00f9 refrattaria al messaggio della propaganda del &#8220;bastione antifascista&#8221; e al contempo sempre pi\u00f9 sedotta dal modello Occidentale che, via etere, entrava in tutte le case dell&#8217;Est. Qualche loro nonno e qualche loro genitore si era gettato dalle finestre della Friedrichstrasse per scappare dall&#8217;altra parte. Loro, fra le tende e le cupole barocche di Passau, guardavano le Mercedes come una possibilit\u00e0. Molti genitori si erano rassegnati a una vita anonima e sorvegliata. Loro, <strong>i giovani, pretendevano il futuro<\/strong>.<\/p>\n<p>La RDT si stava svuotando anche per la straordinaria concomitanza di diversi processi politici ed economici. I cambiamenti introdotti da Gorbaciov nell&#8217;Urss avevano trascinato, a cascata, significativi rivolgimenti in tutta l&#8217;Europa dell&#8217;Est. Fisicamente e simbolicamente, era stata recisa la &#8220;Cortina di ferro&#8221; al confine dell&#8217;Ungheria. Il primo Muro era gi\u00e0 caduto. La frontiera fra Austria e Ungheria diventava un colabrodo. Persino la Germania comunista che fra i Paesi socialisti era la pi\u00f9 refrattaria alle riforme, aveva dovuto cedere a qualche apertura. Talmente timida, da non essere percepita da un\u2019opinione pubblica internazionale ovviamente pi\u00f9 attenta agli avvenimenti di Mosca, Varsavia, Praga e Budapest, ma comunque in atto da almeno due anni e intensificata negli ultimi mesi, sotto la pressione di intellettuali e dissidenti e soprattutto per l&#8217;azione sotterranea e capillare della Chiesa evangelica, l\u2019unica vera coscienza critica del regime.<\/p>\n<p>Proprio la Chiesa evangelica era infatti riuscita a favorire\u00a0 \u00ab\u00a0scambi\u00a0\u00bb culturali in nome delle comuni tradizioni storiche (Federico\u00a0II, la Prussia, Lutero, Muenzer) che allargavano di fatto le maglie del regime a proposito di viaggi ed espatri. Ed era la Chiesa evangelica la sola entit\u00e0 a disporre di una stampa relativamente libera, per quanto ripetutamente sottoposta a censura o limitata dalla fornitura di carta. Gerhard Thomas, il direttore del settimanale Die Kirche, diceva: \u00ab<strong>Lo Stato paternalista toglie il senso della responsabilit\u00e0 e perde la fiducia e la partecipazione dei cittadini. Le nuove generazioni vogliono esprimere sogni, idee, creativit\u00e0, non essere regolamentati dalla nascita<\/strong>\u00a0\u00bb<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nell&#8217;estate dell\u2019Ottantasette, anche per la spinta delle Chiese, le municipalit\u00e0 delle due Berlino avevano deciso, con il semaforo verde dei rispettivi governi, di celebrare una sorta di giubileo unitario dei 750 anni dalla fondazione della citt\u00e0. Un palese pretesto, un modo per esaltare il detto popolare di una metropoli in \u00abperenne divenire\u00bb, la suggestione di un popolo diviso dalla storia, ma unito sotto lo stesso cielo.<\/p>\n<p>Le parole d&#8217;ordine, nemmeno pronunciate ufficialmente, erano distensione, normalizzazione delle relazioni politiche, facilitazione dei rapporti sociali e dei bisogni dei cittadini. Il tutto con una buona dose d\u2019ipocrisia e di calcoli reciproci. Per la Germania occidentale, le aperture verso il regime dell&#8217;Est (Il presidente Eric Honecker era stato addirittura ricevuto a Bonn con tappeti rossi, appunto come un capo di Stato \u00abriconosciuto\u00bb) erano probabilmente dettate dalla necessit\u00e1 e speranza di trovare strade percorribili e soluzioni che in ogni caso migliorassero i rapporti fra i due Paesi e le condizioni dei fratelli separati. Con una certa incredulit\u00e0, dobbiamo ricordare oggi che il traguardo della riunificazione, riaffermato come ideale culturale e storico dall\u2019opinione pubblica della Germania di Bonn, sembrava in quei giorni ancora un sogno irrangiungibile: tanto valeva migliorare lo stato delle cose e rendere i tedeschi dei due Paesi comunque pi\u00f9 vicini.\u00a0 Ieri, come oggi nell\u2019Europa dell\u2019euro, la Germania teneva d\u2019occhio anche bilanci e prospettive mercantili: non riconoscendo il Muro come frontiera, i prodotti dell\u2019Est non erano soggetti a tassazione e alcuni prodotti\u00a0 \u00abmade in Germany\u00bb per i mercati occidentali erano in realt\u00e0 prodotti ad Est. Gi\u00e0 allora, la Germania si preparava alla conquista dell\u2019area post comunista.<\/p>\n<p>Per la nomenklatura del regime, le concessioni erano una scelta quasi obbligata per calmare l&#8217;ebollizione sociale e rafforzare la stabilit\u00e0 di un sistema che ormai non era pi\u00f9 in grado di garantire nemmeno quel genere di vantaggi privati e primati collettivi su cui, per anni si era retta la propaganda: i progressi tecnologici, le vittorie sportive, la casa per tutti, la sicurezza del lavoro, i servizi sociali. Tutto era diventato precario, difficile, insopportabilmente selettivo, a colpi di privilegi e corruzione.<\/p>\n<p>Bastava lasciare la capitale dell\u2019Est, con i suoi palazzi rinnovati e monumenti restaurati con dispiego di risorse, e scendere in Turingia e Sassonia, o spingersi all\u2019estremo nord-est, da Rostock a Francoforte sull\u2019Oder, per constatare le reali condizioni del \u00absocialismo realizzato\u00bb.<\/p>\n<p>Citt\u00e0 ancora bellissime, come Lipsia, Dresda, Magdeburgo, Erfurt, mostravano le ferite della decadenza e dell\u2019inquinamento: lunghe teorie di palazzi sfatti, con le facciate sbriciolate e annerite dalla fuliggine. Per questo, la rivoluzione dell\u2019Est scoppi\u00f2 da queste parti, ancora prima che a Berlino. La periferia contestava in blocco il regime, ma anche i satrapi locali e il centralismo della capitale che ormai prosciugava in tutti i sensi le residue risorse del Paese.\u00a0 A Berlino, due terzi delle case erano state ricostruite o rinnovate dal dopoguerra. A Lipsia, settantamila appartamenti non erano pi\u00f9 abitabili. Proprio a Lipsia, il grande direttore d\u2019orchestra, Kurt Mazur, lanci\u00f2 un appello al dialogo e apr\u00ec la sala dei concerti ai dibattiti e alle assemblee popolari. Un gesto simbolico, che per\u00f2 ebbe subito l\u2019effetto di un\u2019altra picconata al regime.<\/p>\n<p>La gente si radunava nelle Chiese evangeliche e quelle che si tenevano ogni lunedi non erano propriamente veglie di preghiera. Le Chiese erano diventate luoghi di assemblee, al riparo dalla repressione. E dopo la \u00ab\u00a0preghiera\u00a0\u00bb, un lungo corteo di candele si snodava per le citt\u00e0. Prima silenzioso, poi sempre pi\u00f9 imponente e deciso a far sentire la propria voce. I gruppi d\u2019opposizione sono ancora divisi, fragili, senza soldi e senza dirigenti legittimati come interlocutori. Ma la rivoluzione della Germania comunista non avr\u00e0 bisogno n\u00e8 di leader, n\u00e8 di partiti, n\u00e8 di eroi. La sua forza sar\u00e0 un popolo intero per le strade e un popolo intero deciso a cambiare o ad andarsene.<\/p>\n<p>Il dissenso cominciava a fare breccia anche nelle gerarchie, minate dalla corruzione, dalla diffidenza reciproca, dal conflitto generazionale. Persino qualche dirigente di partito si spinse a chiedere la libert\u00e0 di viaggiare. Roland Woetzel, economista quarantenne, nuovo segretario del partito a Lipsia, mi disse in un\u2019intervista: \u00ab\u00a0Non possiamo perdere un solo minuto e dobbiamo cambiare tutto, compresi questi uffici inutilmente pomposi. Il ruolo guida del partito dobbiamo guadagnarcelo in libere elezioni. Non \u00e8 un diritto\u00a0!\u00a0Se recuperiamo fiducia, possiamo risorgere. Non voglio che il mio Paese diventi una specie di colonia dell\u2019Ovest. Ma il tempo stringe.\u00a0\u00bb<\/p>\n<p>Per quanto\u00a0 fedeli a una concezione ideologica dello Stato e della societ\u00e0, i dirigenti della RDT si erano ormai spaccati fra quanti avrebbero voluto introdurre riforme in sintonia con Mosca per stabilizzare il regime e quanti continuavano a temere che le riforme avrebbero travolto il sistema stesso. Probabilmente, come la Storia dimostr\u00f3 in pochi mesi, avevano ragione entrambi gli schieramenti.<\/p>\n<p>Le concessioni del regime ebbero infatti l\u2019effetto di un chiodo piantato in una gomma, un soffio prima impercettibile poi sempre pi\u00f9 prepotente, fino a diventare lacerazione irreparabile. I permessi di viaggio, fino a quel momento concessi soltanto agli anziani (che per la maggior parte tornavano a casa) e ai funzionari fedeli e in missione, divennero pi\u00f9 numerosi, sia pure centellinati. Inoltre la Germania occidentale \u00abcomperava\u00bb fuggitivi: nel senso che, ogni anno, alcune migliaia di Ossis potevano espatriare legalmente e il regime otteneva una sorta di risarcimento. Inoltre potevano essere \u00abcomperati\u00bb , per diecimila marchi, dissidenti e prigionieri politici, fra i quali c\u2019erano per lo pi\u00f9 coloro che avevano tentato di saltare il Muro. Le domande di espatrio, da alcune migliaia all\u2019anno erano diventate centinaia di migliaia. E il regime non poteva permetterlo.<\/p>\n<p>Tuttavia non era pi\u00f9 necessario rischiare la vita per oltrepassare il Muro. Non solo perch\u00e8 l\u2019ordine di sparare a vista era stato allentato e si \u00ablimitava\u00bb a un arresto e a un processo.\u00a0 Il Muro si poteva tentare di aggirarlo, infilandosi nelle maglie strette dei regolamenti, facendo breccia nell&#8217;ottusit\u00e0 dei gerarchi, i quali non percepivano il fatto che un permesso di viaggio potesse trasformarsi in un biglietto di sola andata.<\/p>\n<p>La possibilit\u00e0 di visitare i Paesi dell&#8217;area comunista trasform\u00f3 all&#8217;improvviso i tedeschi dell&#8217;Est da turisti in profughi ed espatriati. L&#8217;apertura del confine fra Ungheria e Austria divenne una sorta di viatico verso la libert\u00e0 e, soprattutto, verso la Germania occidentale. <strong>L&#8217;ondata di tedeschi dell&#8217;Est, suscitava emozioni e speranze, ed era al tempo stesso fonte di apprensione per sviluppi ancora imprevedibili. il regime di Honecker oscillava fra sordit\u00e0 e realismo, piani repressivi e impotenza<\/strong>.<\/p>\n<p>Un giornale di regime, Junge Welt, si domandava con disarmante idealismo in che modo fosse possibile impedire che tanti giovani \u00absi facessero irretire da vetrine piene di banane e guide turistiche\u00bb. La gerarchia, su altri organi, reiterava la campagna di accuse contro Paesi fratelli divenuti ormai alleati inaffidabili. In una nota diplomatica, si chiedeva l&#8217;immediata chiusura delle frontiere con l&#8217;Austria e il rispetto degli accordi volti a impedire le partenze \u00ab\u00a0illegali\u00a0\u00bb.<\/p>\n<p>Ma intanto, a migliaia, se ne andavano. Con ogni mezzo, sfidando le autorit\u00e0 e situazioni incerte, non ancora consolidate da nuove regole. I confini erano aperti, ma la sorveglianza pi\u00f9 stretta.<\/p>\n<p>Fra la massa dei \u00abturisti-fuggiaschi\u00bb, che raggiungevano normalmente la frontiera con auto e torpedoni, si susseguivano testimonianze di avventure roccambolesche, tragitti di paura e sacrificio, di rischiose partenze organizzate in segreto, tenendo all&#8217;oscuro persino i parenti, i genitori, gli amici. Ma era una massa di profughi particolare, molto diversa dal passato della Germania comunista e dalle ondate di rifugiati e migranti che attraverseranno l&#8217;Europa del dopo Muro. Non c\u2019erano rimpianti, n\u00e8 lacrime, ma l&#8217;ebbrezza euforica del nuovo mondo, di una nuova vita.<\/p>\n<p>C\u2019era il portiere del \u00abKarl Marx Stadt\u00bb, fuggito con la moglie Carolina, che sognava di giocare nel pi\u00f9 prestigioso Bayer Monaco. Cos\u00ec spiegava la sua decisione\u00a0:\u00a0 \u00abGuadagno cinque volte il salario dell\u2019operaio, come tutti gli sportivi sono un privilegiato, ma non si pu\u00f2 vivere senza libert\u00e0\u00bb.\u00a0 Alois e Kerstin, quarant\u2019anni in due, lui meccanico, lei dentista, avevano saputo che il momento era propizio per andarsene senza troppi rischi e avevano deciso di abbandonare tutto: casa, ufficio, genitori, lavoro. \u00abFaremo pi\u00f9 sacrifici\u00a0? Forse. Ma finora abbiamo conosciuto soltanto un pezzo del mondo.<\/p>\n<p>E non ci piace\u00a0!\u00bb<\/p>\n<p>Un professore di Lipsia, fuggito con la moglie e un figlio, studente universitario, spiegava\u00a0: \u00abCon due stipendi, possiamo permetterci l\u2019auto e il telefono, una rarit\u00e0 dalle nostre parti, e anche buoni ristoranti. Ma siamo come imbalsamati. Nessun futuro, nessun progetto. Nostro figlio non crescer\u00e0 cos\u00ec\u00a0\u00bb.<\/p>\n<p>Un ragazzino, Thomas, fin\u00ec sui giornali della Germania occidentale con una storia da libro \u00ab\u00a0Cuore\u00a0\u00bb. Era arrivato da solo nella tendopoli, con uno zaino e un sacco a pelo. Un\u2019anziana zia, fuggita molti anni prima, lo aveva riconosciuto nei reportages televisivi ed era corsa a Passau per abbracciarlo e offrirgli una nuova famiglia.<\/p>\n<p>Reiner e Antje Noack, allora trentenni, fuggiti con una bambina di quattro anni, furono celebrati come eroi in quell\u2019estate straordinaria. Attraversarono il Danubio di notte. Partirono da Rostock, il porto industriale della Germania Est, e arrivarono al confine ungherese. A Storovo, comprarono due materassini, di quelli che si gonfiano in spiaggia, e qualche sacchetto di plastica per infilarci abiti e documenti. Con l\u2019auto perlustrarono la riva del fiume alla ricerca di un tratto meno pericoloso, per evitare gorghi e correnti fortissime. \u00abAdesso, vedrai, facciamo un bel bagno\u00a0\u00bb dissero alla bambina. E poi via, a nuoto, con la figlia legata al materassino.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte della riva, approdarono nel recinto di una fabbrica. La polizia sorvegliava le sponde. Tutto sembr\u00f2 perduto, ma una custode comprese il loro dramma. Apr\u00ec in fretta i lucchetti, regal\u00f2 una manciata di spiccioli e li lasci\u00f2 raggiungere il campo profughi.\u00a0 Reiner raccont\u00f2 di essere gi\u00e0 fuggito una volta, riuscendo a raggiungere un parente a Glasgow, ma di essere stato costretto a tornare poich\u00e8 il regime non lasciava partire la famiglia.<\/p>\n<p>Ai primi di ottobre, alla stazione ferroviaria di Dresda, arriva un convoglio carico di tedeschi orientali, da settimane rifugiati nell\u2019ambasciata della Germania occidentale a Praga.<\/p>\n<p>Il regime dell\u2019Est, dopo giorni di tensione e trattative, fece un\u2019ultima concessione che si riveler\u00e0 mortale per il regime stesso. I \u00ab\u00a0fuggiaschi\u00a0\u00bb possono andare dove vogliono, ma devono riparassare dalla RDT per \u00abrinunciare\u00bb alla cittadinanza\u00a0: una tappa burocratica, che per\u00f2 si trasform\u00f2 per l\u2019opinione pubblica internazionale in un ennesimo segnale di sgretolamento.<\/p>\n<p>Il passaggio dei fuggitivi sotto gli occhi di quanti erano rimasti a casa innesca tuttavia uno straordinario rivesciamento delle parti. Certo ci sono abbracci, saluti, incoraggiamenti. E qualcuno riesce persino a saltare sul treno in corsa. Ma <strong>quanti rimangono ritrovano all\u2019improvviso un senso di appartenenza alle proprie radici, alla terra e alle citt\u00e0 dove sono nati. Per carit\u00e0, nessun patriottismo di regime. Ma l\u2019idea sempre pi\u00f9 diffusa e vibrante che la Germania dell\u2019Est vada salvata, rigenerata dalle fondamenta,<\/strong> in definitiva riformata in senso democratico, come qualsiasi Paese dell\u2019area comunista. \u00abNoi siamo il popolo!\u00bb \u00abNoi non vogliamo andarcene!\u00bb si comincia a urlare per le strade di Lipsia, Magdeburgo, Dresda, Halle.\u00a0 Il messaggio \u00e8 chiarissimo: \u00e8 il regime che costringe le nuove generazioni ad andarsene, \u00e8 il regime che non ha futuro. La prospettiva della riunificazione \u00e8 ancora lontana. La cultura socialista impregna anche molti leader del dissenso e gran parte degli scrittori e degli intellettuali pi\u00f9 critici, come Christoph Hein o Christa Wolf. Tutti chiedono diritti, libert\u00e0 d\u2019espressione, lotta alla corruzione. Non \u00e8 in gioco una trasformazione mercantile e occidentale della societ\u00e0. La pittrice Barbel Bohley, pi\u00f9 volte arrestata, animatrice del gruppo d\u2019opposizione \u00abNeues Forum\u00bb, conversando con i giornalisti nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del Muro, diceva: \u00abNoi vogliamo partecipazione e democrazia. E\u2019 sbagliato collegare la nostra lotta alla riunificazione tedesca. Sono passati quarant\u2019anni. Abbiamo avuto uno sviluppo diverso. C\u2019\u00e8 un diverso modello di vita. La societ\u00e0 capitalista ha molti lati negativi, come la disoccupazione e l\u2019individualismo. I tedeschi dell\u2019Est troveranno una loro strada\u2026.\u00bb<\/p>\n<p>Si sbagliava la bella pittrice, allora quarantenne. Come si sbagliavano gli intellettuali come lei. E cos\u00ec si sbagliavano i dirigenti comunisti. Ma anche le cancellerie occidentali, gli osservatori sul posto, gli stessi giornalisti che seguivano gli avvenimenti e raccontavano manifestazioni sempre pi\u00f9 diffuse nel Paese e sempre pi\u00f9 numerose, non avevano ancora la netta percezione che il cambiamento inesorabile dei rapporti di forza e della situazione sociale avrebbe travolto in pochi giorni anche il Muro, il regime, le strutture dello Stato, l\u2019idea stessa di un\u2019 \u00abaltra\u00bb Germania.<\/p>\n<p>Una data storica, certamente decisiva quanto il giorno dell\u2019apertura del Muro, \u00e8 il 4 novembre. E\u2019 il giorno pi\u00f9 lungo del regime, il preludio della fine. La corsa contro il tempo per puntellarne le radici e promettere un impossibile rinnovamento \u00e8 giunta al capolinea. A decine di migliaia manifestano da settimane in tutte le citt\u00e0, ma quel giorno a Berlino sono quasi un milione. Tutto un popolo si \u00e8 messo in marcia, nel cuore della capitale. Ha ottenuto le dimissioni del vecchio Honecker e di alcuni gerarchi, la promessa di libere elezioni e ovviamente questa libert\u00e0 di manifestare, sfogare rabbia e dissenso, invocare l\u2019aiuto di Gorbaciov e inneggiare al nuovo che avanza nel mondo comunista. L\u2019incubo per un piano segreto di repressione sanguinosa \u00e8 svanito. Quelli che hanno trovato il coraggio di sfidare il regime quasi non credono ai loro occhi. Quelli che hanno avuto la forza di restare, sentono che la loro resistenza e i loro sacrifici non sono stati inutili. E quelli che se ne sono andati si sono persi la scena della rivoluzione.<\/p>\n<p>Alexander Platz \u00e8 la Bastiglia, esattamente due secoli dopo, con tante teste che, simbolicamente, cadono nella spazzatura della Storia. Poi tutti, rivoluzionari e fuggiaschi, torneranno, 25 anni dopo, all\u2019unico ordine possibile: quello di Angela Merkel, la ragazza dell\u2019Est diventata la madre della nuova Germania.<\/p>\n<p>pubblicato nel 2014 in <strong>Il crollo del muro di Berlino e la nascita della nuova Europa<\/strong>\u00a0di Antonio Carioti, Paolo Rastelli, con il titolo Conto alla rovescia per la DDR.<\/p>\n<p><strong>Disponibile in e-book<\/strong>\u00a0:<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/store.corriere.it\/Il-crollo-del-Muro-di-Berlino\/Q9.sEWcV5YMAAAFJM1gJ8oOj\/pc?CatalogCategoryID=80OsEWcW3TUAAAFGGghgVTcr\">https:\/\/store.corriere.it\/Il-crollo-del-Muro-di-Berlino\/Q9.sEWcV5YMAAAFJM1gJ8oOj\/pc?CatalogCategoryID=80OsEWcW3TUAAAFGGghgVTcr<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Bild Zeitung cominci\u00f3 a pubblicare offerte di lavoro, alloggio e ospitalit\u00e0 gratuita. 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