{"id":12666,"date":"2016-12-16T17:41:14","date_gmt":"2016-12-16T16:41:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=12666"},"modified":"2017-03-17T12:17:38","modified_gmt":"2017-03-17T11:17:38","slug":"ventennale-sarajevo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimonava.it\/?p=12666","title":{"rendered":"Ventennale Sarajevo"},"content":{"rendered":"<p>Quando in Croazia gi\u00e0 bruciavano campi, case e persino chiese, una macabra battuta diceva che la Bosnia sarebbe stata ammessa direttamente alle finali del grande massacro nella ex Jugoslavia. Ma nessuno riusciva a credere che la primavera del Novantadue avrebbe portato la guerra dentro Sarajevo, provocando un \u201curbicidio\u201d, parola sgraziata che rende bene l\u2019annientamento di una comunit\u00e0 variopinta come i tappeti del suo <em>bazar<\/em>, che mescolava serenamente secolari diversit\u00e0 : un crimine culturale, appunto, oltre che contro l\u2019umanit\u00e0. Tornando a Sarajevo, vent\u2019anni dopo, e\u2019 subito evidente come l\u2019eliminazione fisica e l\u2019esodo forzato di migliaia di cittadini abbiano ferito in profondit\u00e0 lo spirito della Gerusalemme balcanica, la citt\u00e0 delle quattro religioni (cattolici, ortodossi, musulmani, oltre alla piccola comunit\u00e0 ebraica), delle Olimpiadi, della tolleranza, parola fragile e bella, sostituita da altre che, nonostante tutto, sono diventate sinonimi di convivenza e pace : equilibrio, spartizione, affari, corruzione, clientelismo, alchimia istituzionale che dagli accordi di Dayton (1996) regola (e tiene a bada) i rapporti di forza fra serbi, croati e bosniaci musulmani. Con il malinconico risultato che in questo dopoguerra infinito, la Bosnia &#8211; la grande vittima del conflitto \u2013 \u00e8 uno Stato finto e un Paese rimasto pi\u00f9 lontano dall\u2019Europa, mentre i nemici di ieri si avvicinano o stanno per entrarci.<\/p>\n<p>Il mondo, per farsi perdonare l\u2019indifferenza davanti al massacro dei bosniaci, da anni inonda il Paese e la sua capitale di aiuti, cooperanti, progetti di ricostruzione e sviluppo. Grattacieli di vetro, grandi alberghi, nuove sedi istituzionali e diplomatiche, shopping center e autosaloni hanno quasi ovunque cancellato voragini di granate e macerie dei trentacinquemila edifici colpiti o danneggiati. Decine di bar, ristoranti, ritrovi notturni, centri culturali, rivelano voglia di vivere e divertirsi della giovent\u00f9 di Sarajevo, quella che sa poco della guerra o non l\u2019ha nemmeno vissuta. L\u2019Holiday Inn, l\u2019albergo dei giornalisti durante l\u2019assedio, dal cui tetto i pretoriani serbi cominciarono a sparare inneggiando al loro pezzetto di Bosnia separata ed etnicamente pura, \u00e8 oggi soltanto un hotel fra i numerosi quattro e cinque stelle, con tutti i pi\u00f9 moderni comfort. La biblioteca \u00e8 in fase di restauro, ma il vento gelido dei Balcani si \u00e8 ormai portato via anche le ceneri di migliaia di libri d\u2019inestimabile valore. Sulle alture dell\u2019assedio hanno modernizzato le piste da sci.<u> <\/u><\/p>\n<p>La citt\u00e0 resuscitata appare come avvolta in un grande sipario, fatto di nuovo cemento e di oblio. Ho voluto rifare, come al tempo della guerra, il percorso stradale, dalla costa fino a Sarajevo, lungo la vallata della Neretva, passando per Mostar, un\u2019altra delle citt\u00e0 martiri della Bosnia, con il suo storico ponte, ricostruito per riunire soltanto turisti e scolaresche. La copia \u00e8 pi\u00f9 famosa dell\u2019originale. Un ragazzo si tuffa a pagamento, per la foto ricordo.<\/p>\n<p>Entrando dal viale dei cecchini, che si percorreva a tutta velocit\u00e0, per limitare i rischi, si stenta a riconoscere la stessa Sarajevo. Vent\u2019anni sono una generazione. E come scriveva Ivo Andric, la memoria \u00e8 cosa complicata nei Balcani. Qui non sembra un\u2019eredit\u00e0 dei sopravvissuti, pi\u00f9 propensi a dimenticare l\u2019orrore, ma un racconto alimentato da testimoni esterni, di ieri e di oggi : scrittori, giornalisti, registi, artisti, operatori umanitari, responsabili delle istituzioni internazionali.<\/p>\n<p>Anche per i bambini, la memoria \u00e8 cosa complicata, perch\u00e9 nelle scuole bosniache s\u2019insegna una storia diversa, che rimane impigliata nelle pagine dell\u2019identit\u00e0 e della fede e comunque si ferma alla ex Jugoslavia. Come pensa lo scrittore Marko Vesovic, che non ha mai lasciato Sarajevo, qui il cervello non serve a ricordare, ma a dimenticare. \u201cViviamo in una specie di democrazia etnica sotto la cappa della comunit\u00e0 internazionale, in una falsa normalit\u00e0 cui la gente si \u00e8 ormai abituata. Sento una terribile nostalgia per gli anni dell\u2019assedio, perch\u00e9 allora noi \u2013 gli assediati \u2013 eravamo una vera comunit\u00e0, fatta di dialogo, solidariet\u00e0, amore. Quella Sarajevo e quella Bosnia non esistono pi\u00f9. I giovani, se vogliono rimanere qui, devono diventare nazionalisti e questa \u00e8 la pi\u00f9 pesante responsabilit\u00e0 della classe politica.\u201d<\/p>\n<p>E\u2019 una diagnosi su cui concordano tutti gli osservatori e quanti sono impegnati nella ricostruzione civile del paese. \u201cQuale anniversario? Quello della citt\u00e0 assediata? O quello che festeggiano i serbi? O quello della parte croata? Qui tutti ricordano la propria \u201cvittoria\u201d o i propri torti e ognuno racconta la propria storia. Il centro di Sarajevo pu\u00f2 apparire internazionale, europeo, persino laico. Ma il disastro comincia in periferia e nel resto della Bosnia\u201d, dice Jovan Divijak, uno degli eroici difensori della capitale assediata. Era un generale serbo, ma scelse di stare dalla parte della sua gente e della citt\u00e0 dove era cresciuto. Da anni, dirige una fondazione che ha lo scopo di diffondere una cultura condivisa e laica, per preparare la classe dirigente di domani. \u201cE\u2019 difficile, persino pericoloso, mettere le mani nell\u2019educazione. A Sarajevo, ci sono 54 scuole, ma due soli presidi serbi e uno solo croato. Altrove le proporzioni sono invertite. E questo succede in tutti i campi, dai servizi pubblici all\u2019esercito, dallo sport alle imprese, con il risultato che ovunque ci si sente sempre minoranza.\u201d<\/p>\n<p>La memoria \u00e8 affidata ai monumenti, ai cippi dei cimiteri urbani, a troppe lapidi. La memoria si trasforma in compassione, nel visitare il museo del tunnel, quel cunicolo che durante l\u2019assedio consentiva l\u2019approvvigionamento, il contrabbando e qualche fuga. O nel rivedere il mercato della strage. O il mazzo di fiori sempre freschi sul ponte delle prime vittime, Suada Diliberovic e Olga Susic, le ragazze uccise mentre marciavano in testa al corteo del \u201ccomitato di salvezza nazionale\u201d. Cos\u00ec la Bosnia cominci\u00f2 a disintegrarsi, nel giorno (6 aprile) del suo riconoscimento internazionale. Una mostra fotografica ha un titolo emblematico : \u201cVolevamo soltanto la pace\u201d. Ma i serbi di Bosnia hanno festeggiato l\u2019anniversario della loro repubblica, dove Karadzic e Mladic pianificavano l\u2019annientamento dei concittadini di Sarajevo. Anche la memoria dei crimini \u00e8 sbiadita. Molti responsabili sono tornati in libert\u00e0. Altri non hanno nemmeno conosciuto il carcere. E chi si \u00e8 arricchito con la guerra investe il bottino nella capitale \u201ceuropea\u201d.<\/p>\n<p>Le nuove generazioni, preparate in licei e universit\u00e0 di buon livello, non hanno molte alternative : andarsene per non ascoltare pi\u00f9 le stesse storie, o inserirsi nel sistema, la \u201ccamicia di forza\u201d istituzionale che assicura sopravvivenza e impedisce il rigurgito etnico. Il distacco dei giovani dai politicanti \u00e8 sprezzante. \u201cI responsabili religiosi si comportano come leader di partito e questo non favorisce un\u2019identit\u00e0 nazionale. Lo spirito tollerante di Sarajevo \u00e8 tenuto vivo da una microclasse giovane, artistica, creativa o dai diplomati inseriti nelle istituzioni internazionali. Parlano inglese e dialogano con il mondo su internet. Lo spirito di Sarajevo \u00e8 \u201conline\u201d, ma rischia di essere virtuale\u201d, nota Nihad Hasanovic, giovane scrittore d\u2019avanguardia, ex combattente dell\u2019armata bosniaca a Bihac.<\/p>\n<p>\u201cCi vuole molto coraggio a rifiutare condizionamenti della famiglia e dell\u2019ambiente. La gente \u00e8 stanca, rassegnata, impoverita. E\u2019 inutile negare che i nazionalisti hanno vinto e sono al potere dalla fine della guerra. Questa \u00e8 la pi\u00f9 grande responsabilit\u00e0 della comunit\u00e0 internazionale,\u201d dice Svetlana Broz, la nipote di Tito, che alla fine del conflitto lasci\u00f2 Belgrado per trasferirsi nella citt\u00e0 della sua giovinezza. Qui dirige la sezione bosniaca di Gariwo, l\u2019ong milanese dedicata alla ricerca e al sostegno dei tanti piccoli e sconosciuti eroi della guerra, di quanti ebbero la forza morale di rifiutare il veleno dell\u2019odio etnico. \u201cContinuiamo a credere che l\u2019indifferenza di molti sia pi\u00f9 pericolosa della crudelt\u00e0 di pochi.\u201d<\/p>\n<p>Tutti hanno perso qualche cosa, in questa specie di apartheid legalizzata. La diversit\u00e0 in Bosnia \u00e8 ridotta a dosaggio di posti e appalti, distribuiti su base confessionale o etnica. L\u2019inno nazionale esiste, ma solo musica, senza parole. Sarajevo \u00e8 la somma di tante sottrazioni, mai di compensazioni, con la variante che la maggioranza musulmana dei suoi abitanti ha reso pi\u00f9 appariscenti moschee e costumi, diluiti prima delle guerra nella molteplicit\u00e0 culturale e religiosa. L\u2019Islam, che allevi\u00f2 le sofferenze dell\u2019assedio e sostenne con soldi e volontari il sogno nazionalista dei bosniaci pi\u00f9 radicali, ha contribuito alla trasformazione di Sarajevo, senza per\u00f2 diventare egemone. La moschea \u00e8 affollata, ma non si vedono molte ragazze con il velo. Nei saloni del Bristol, uno dei grandi alberghi finanziati da sauditi e kuwaitiani, dove l\u2019alcol \u00e8 proibito, si festeggiano ancora matrimoni misti, che prima della guerra erano uno su tre. La campana della cattedrale risponde ai rintocchi della chiesa ortodossa, le preghiere del muezzin salgono dai minareti, ma jazz e disco music risuonano nei pub e locali notturni. Eppure il presidente dell\u2019entit\u00e0 serba, il duro Milorad Dodik, ripete con disprezzo : \u201cVado a Teheran\u201d, nelle rare occasioni di visita in una capitale che non riconosce.<\/p>\n<p>Ci sono cose di Sarajevo che tuttavia non sembrano morte : la dignit\u00e0 e l\u2019ironia di una comunit\u00e0 che non vuole essere compatita. La dignit\u00e0 e l\u2019ironia che sostennero la resistenza e alleviarono il dolore. Mentre si sparava e si moriva per raccogliere l\u2019acqua o fare la fila per il pane, Sarajevo continuava a vivere di balli clandestini, matrimoni celebrati in fretta, ragazze sempre curate, con la loro eleganza semplice e altera, ospitalit\u00e0 agli stranieri, lezioni nelle cantine. La dignit\u00e0 di molti, croati, musulmani bosniaci, serbi, signific\u00f2 il rifiuto di partecipare alla barbarie e detemin\u00f2 eroismi, episodi da teatro dell\u2019assurdo, incredibili solidariet\u00e0 con il nemico, che continuano oggi, come la sottoscrizione fra veterani dell\u2019armata bosniaca per aiutare i colleghi serbi smobilitati che un tempo sparavano sulla citt\u00e0. La dignit\u00e0 di Sarajevo esprimeva insoppribile voglia di vivere, amare, persino ridere delle sventure. Un ferito, caricato su un\u2019auto, teneva il braccio sanguinante fuori dal finestrino : \u201cNon voglio che sgoccioli sui sedili\u2026.\u201d<\/p>\n<p>Alla fine dell\u2019assedio, durato quattro anni, il sindaco assicurava la rinascita e diceva : \u201cC\u2019\u00e8 ancora luce, dietro la montagna, anche se il sole \u00e8 tramontato\u201d. Ho l\u2019impressione che la gente di Sarajevo non voglia ammettere: \u201cSiamo l\u2019ombra di ci\u00f2 che eravamo\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando in Croazia gi\u00e0 bruciavano campi, case e persino chiese, una macabra battuta diceva che la Bosnia sarebbe stata ammessa direttamente alle finali del grande massacro nella ex Jugoslavia. 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