Vertice Italia Francia

S’incontrano oggi a Roma due leader dal diverso carisma, i quali – grazie al largo consenso elettorale e ai poteri di comunicazione di cui dispongono  –  avrebbero potuto, e potrebbero ancora avere grande influenza anche sulla sensibilità dei rispettivi concittadini, soprattutto quando straordinarie emergenze scatenano paure collettive e reazioni emotive. Un grande leader sa anche volare alto, sa essere pedagogico e sa rischiare il proprio presente in funzione del futuro del Paese e di un posto nella Storia, che in molti casi riconosce i meriti.

Per la riunificazione della Germania, il cancelliere Kohl mise sul piatto la rinuncia al marco, l’ondata di migranti dall’Europa orientale, i costi enormi della ricostruzione della Germania comunista. Lo fece contro le prudenze dei circoli economici, lo scetticismo della sinistra, la crisi di rigetto dell’opinione pubblica, la minaccia terroristica, i colpi di coda di alcuni regimi e le tragedie che segnano ancora oggi i popoli dell’Est. L’Europa di oggi, più grande, più ricca, più potente, nacque anche da quella coraggiosa scommessa. “E’ difficile costruire, prima bisogna liberare il terreno dai rifiuti”, avvertiva Gorbaciov.

Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi, nonostante la determinazione del primo nell’affrontare la partita con Gheddafi, sembrano oggi più preoccupati di tranquillizzare l’elettorato interno e contenere le conseguenze contingenti della crisi del Maghreb, che determinati a cogliere le opportunità – economiche, politiche, demografiche –  delle rivoluzioni in corso sull’altra sponda del Mediterraneo, facendole comprendere alle proprie opinioni pubbliche. Il presidente francese, deve tener conto della forte crescita, stando almeno ai sondaggi, del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, la quale ha svecchiato il partito, messo in soffitta imbarazzanti nostalgie e capitalizzato l’ inquietudine delle classi medie e popolari che tendono a mescolare in un tutto indistinto crisi economica, immigrazione e insicurezza. Inquietudini che, in Italia, rappresentano l’inesauribile serbatoio di voti della Lega Nord. Sul recupero dell’elettorato popolare, Sarkozy si gioca l’anno prossimo la rielezione all’Eliseo. Ma sulla fedeltà dell’alleato leghista, Berlusconi si gioca già oggi la tenuta del proprio governo.

Il Fronte Nazionale e la Lega Nord saranno quindi i convitati di pietra al vertice di Roma, in compagnia dei fantasmi nazionalisti (dai  “veri finlandesi” ai  “veri olandesi”) che attraversano l’Europa e condizionano la vita dei governi. Dopo settimane di dispetti e ritorsioni, Francia e Italia esprimono volontà di ristabilire corretti rapporti di collaborazione sui vari fronti aperti. Ma il tavolo dell’intesa è una revisione concordata delle regole di Schengen, da imporre in casi eccezionali, con il consenso di Bruxelles.

I migranti in fuga dal Maghreb verrebbero così equiparati alle masse dei tifosi in movimento per i mondiali di calcio o ai black block che vorrebbero invadere i vertici internazionali. In pratica, come per il patto di stabilità, esigenze e sensibilità nazionali impongono la revisione al ribasso delle regole che sono alla base della costruzione europea. Secondo questa logica, l’Europa continuerà ad essere un formidabile fusibile delle tensioni interne e un fragile motore della politica comune.

Il problema è che la messa in discussione di Schengen non fermerà il flusso di disperati, essendo che la rivoluzione del Maghreb, come quella dell’Europa comunista, ha i tempi della storia e non della televisione. E il flusso – peraltro molto meno drammatico di quanto si voglia fare credere e molto meno importante degli esodi biblici che hanno sconvolto l’Africa e la stessa Europa negli ultimi anni – continuerà ad alimentare la tentazione di nuovi Muri e i partiti che se ne fanno interpreti. Soltanto il Papa ha richiamato un generalizzato e inequivocabile dovere d’accoglienza. Se non vogliamo ascoltare il messaggio cristiano o soltanto fingiamo di credere ai valori democratici che vorremmo esportare nel mondo, forse si potrebbe provare ad essere almeno “egoisti”, cioè capaci di valutare i vantaggi del futuro che ci attende. Oggi sembriamo invece pensare come Linus : “Amo l’umanità. E’ la gente che non sopporto.”

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 26 aprile 2011 con il Titolo “I convitati di pietra al vertice di Roma”.

24 luglio, 2019|Archivio|