Parigi, Istambul e l’anno che verrà

La notte di Capodanno é ovunque un inno alla gioia di vivere. Un calice di speranza si alza persino negli angoli piú tormentati del mondo e nelle trincee di guerra. Ma il terrorismo é un inno alla morte e nessun simbolo di pace, di gioia, di speranza è risparmiato. Dopo il mercatino di Natale a Berlino, il ballo di Capodanno a Istambul. Al Reina club, affacciato sul Bosforo, é andato in scena, come in un film giá visto, l’orrore del Bataclan a Parigi, le raffiche di mitra che colpiscono nel mucchio, falciano decine di giovani e spengono, con la vita, brindisi, auguri, musica.

In una tragica continuitá con l’anno che si é chiuso, é evidente la volontá di aggredire e ammutolire tutto ciò che agli occhi del terrorismo rappresenta il nostro modo di stare insieme, festeggiare e divertirsi, la festa religiosa e la festa pagana, i riti di Natale e Capodanno, la libertá di movimento, la ritualitá quotidiana, soprattutto nell’universo giovanile, di ritrovarsi, ascoltare musica, ballare. Banalmente lo “stare insieme”, che così diventa bersaglio mobile, facilmente perseguibile, piú dei cosiddetti obiettivi sensibili o istituzionali. Perché lo stare insieme é un “sempre” e un “dovunque”, senza confini. E’ lo stile di vita della modernitá e della globalizzazione, che non appartiene solo all’ Occidente e, forse, non casualmente, l’ultimo attacco avviene sul Bosforo, nella città-ponte, secolare crocevia di civiltá e costumi diversi.

Beninteso, non vanno messe fra parentesi la specificitá della situazione turca, la fragilitá di un Paese sconvolto da decine di attentati, lo scenario siriano, oscure trame di destabilizzazione interna, l’ambiguitá di un regime che ha fatto cinici calcoli sull’islamismo radicale. In attesa di indagini e rivendicazioni, non sfugge la scelta del momento, all’indomani di un accordo di pace sulla Siria che vede protagonisti Turchia, Russia e Iran.

Al tempo stesso, ricordando gli attentati di Parigi, non vanno sottovalutate la specificitá delle periferie francesi, il percorso criminale di tanti “pendolari” della Jihad che hanno potuto scorrazzare proprio dalla Francia alla Turchia, l’antagonismo etnico e religioso che divide la Francia molto piú di altri Paesi europei.

Per comprendere la spirare di morte, occorre valutare variabili nel mondo arabo-musulmano e risalire a un processo di destabilizzazione del Medio Oriente cominciato con la pretesa di esportare democrazia con le bombe e proseguito con sviluppi imprevisti delle primavere arabe. Nè dobbiamo dimenticare che, per le statistiche, la maggior parte degli attentati (e delle vittime) avvengono nel mondo musulmano, dall’Africa all’Asia, comunque fuori dall’Europa.

Tuttavia, é difficile nutrire ancora dubbi sul fatto che la dimensione della paura che il terrorismo vuole diffondere risponda, pur fra variabili interne e complessi percorsi di arruolamento e indottrinamento, a un disegno ideologico-religioso che mira a distruggere valori, stili di vita, tradizioni che i fanatici della Jihad percepiscono come negative, oppressive, incompatibili con la loro concezione del mondo e l’aspirazione a un “altro mondo”. La schizofrenia é terribilmente reale, in quanto intravede ovunque nemici e bersagli possibili.

L’immagine delle “belve feroci” va messa da parte, ricordando che in natura le belve uccidono per nutrirsi. Soltanto l’uomo uccide per altre ragioni. “Voi occidentali amate la vita, noi amiamo la morte”, dicono i terroristi. Così, ai loro occhi, perdono significato il nostro modo di vivere, le nostre relazioni interpersonali, il nostro modo di immaginare il futuro. In questi anni terribili, abbiamo barattato un po’ di libertá con un po’ di sicurezza, siamo costretti a riflettere sui nostri spostamenti, su viaggi e ritrovi dei nostri figli, corriamo il rischio che la paura ingeneri irrazionali chiusure, derive razziste, ricerche di capri espiatoi, dimenticando quanti cittadini di diversa origine e religione ci sono fra i “nostri” morti.

Di fronte a un nemico così subdolo, la legittima difesa dell’umanità, affidata alla Comunitá Internazionale, dovrebbe essere possibile e unanime. Nella nostra quotidianitá, dobbiamo difenderci con lo stesso spirito dei londinesi sotto le bombe di Hitler : continuare a vivere. Non é facile, se il sangue copre anche gli auguri di Capodanno. Il “venditore di Almanacchi” di Leopardi promette sempre un anno migliore del precedente. E noi ce lo auguriamo, credendoci, almeno per una notte. A Istambul, l’illusione é morta subito.

6 gennaio, 2017|INTERNAZIONALE|