Ora e sempre resistenza?

C’è un Paese che celebra il 25 aprile, la liberazione dal Nazifascismo, la Resistenza che seppe unire comunisti, cattolici, liberali, radicali, tutti coloro che avevano a cuore la democrazia e la rinascita, la dignità dell’Italia. Ma quanto è grande questo Paese oggi nel grande mare dell’indifferenza, di generazioni che non sanno o non ricordano, di cittadini così abituati alla democrazia da non avere nè voglia nè tempo di celebrarla, di uomini e donne così stanchi di vuota retorica (partigiana, democratica, europeista) da ascoltare le sirene del populismo nella sua incarnazione più sofisticata e al tempo stesso più becera?

E’ in questo grande mare che si annida il pericolo di un risorgente fascismo. Non quello invocato da sparuti gruppi estremisti o nostalgici, nè quello esaltato da tifosi della curva sud, comunque infima minoranza che agisce più per il gusto di provocare che per consapevole adesione ideologica. Sarebbe peraltro disperante se la democrazia italiana dovesse temere queste manifestazioni e non fosse in grado di controllarle.

Il risorgente fascismo è un fenomeno più complicato, più subdolo, più in sintonia con il presente che con la storia e il contesto passato. Occorre analizzarlo, smascherarlo, combatterlo con ogni mezzo. Solo così può avere senso, cominciando da oggi, la celebrazione del 25 aprile.

Il primo punto è l’indifferenza di fronte alla banalizzazione e allo sdoganamento di sentimenti xenofobi, razzisti, antisemiti che circolano ormai ovunque, dal bar alla rete, e che non vengono solennemente e decisamente condannati da chi ha responsabilità politiche e sociali ad ogni livello. Non è in sè deprecabile che #Salvini non celebri la #Resistenza ed è persino lodevole che il ministro degli interni si rechi a #Corleone. Ciò che è inaccettabile è definire « derby » il confronto sinistra/destra sul 25 Aprile, offrendo così una versione distorta e riduttiva della storia e stimolando il sentimento più favorevole al proprio tornaconto elettorale, l’indifferenza appunto.

Il secondo punto è una cultura diffusa e un sistema mediatico che hanno contribuito al disprezzo della politica nelle sue varie forme e articolazioni. La partecipazione, i partiti, il lavoro parlamentare, le consultazioni con organismi intermedi, il rapporto con le istituzioni, i meccanismi di controllo sono diventati disvalori, intralci, inutile ciarpame rispetto all’azione del capo, alla volontà del leader, al cerchio magico di consiglieri, spin doctor e fidanzate. Se la parola e la volontà del capo, corroborate dai sondaggi e distillate nell’opinione pubblica controllata e compiacente, contano più di tutto il resto, persino delle voci di dissenso interne, della critica, dei distinguo, allora la strada del risorgente fascismo è già in discesa.

Naturalmente non c’è da temere squadrismo e olio di ricino. Le armi sono altre e sono più efficaci, soprattutto se usate con astuzia e finalizzate al consenso, purtroppo crescente. Il terzo punto è in questa sproporzione evidente fra consenso e risultati effettivi, fra adesione acritica e capacità di manipolazione. « Prima gli italiani » è un vuoto slogan, ma funziona, allo stesso modo in cui un tempo si credeva che l’Italia avrebbe « spezzato le reni alla Grecia ».

25 aprile, 2019|CULTURA|