Anche a Parigi meno tasse non vuol dire meno debito

Si potrebbe titolare “L’eterna guerra fra tasse e spesa pubblica”, psicodramma politico ad ogni latitudine. Non fa eccezione la Francia di Emmanuel Macron, se si studia l’esito del grande dibattito nazionale avviato per dare risposte alla crisi/rivolta dei gilet gialli. Sarebbe riduttivo dire che la montagna abbia partorito un topolino, dato che alla consultazione ha partecipato un milione e mezzo di cittadini. Lo si è capito dalle misure annunciate dal presidente: in particolare più servizi sul territorio, aumento delle pensioni minime, indicizzazione delle pensioni basse (sotto i 2000 euro!), riduzione delle imposte sul redditoMisure che vanno certamente a favore delle classi popolari e del ceto medio.

Ma la sintesi è che i francesi pretendono l’abbassamento delle tasse – la Francia ha il record mondiale del prelievo – e al tempo stesso non vogliono sentire parlare di tagli della spesa pubblica, essendo aggrappati al modello di Stato erogatore di servizi e sussidi ad ogni livello. A complicare le coseci sono le varianti a questo dato generale. Soltanto una parte di francesi è davvero super tassata, mentre una parte consistente non paga un centesimo. I ceti medi e popolari che fanno la dichiarazione (il terreno di consenso dei gilet gialli) vorrebbe far pagare sempre più i ricchi, i quali hanno raggiunto livelli di fiscalità altissimi, al punto che non poche fortune hanno lasciato il Paese. La terza è che per abbassare le tasse senza ridurre i vantaggi dello Stato sociale occorre almeno tagliare qualche spreco e soprattutto trovare nuove forme di sostegno della spesa pubblica attraverso riforme strutturali.

Questa terza variante è il rompicapo su cui si misurano le ambizioni riformatrici di Macron. Il presidente non vorrebbe arrendersi, come i predecessori, alla “rivoluzione conservatrice” che è la cifra ricorrente delle vicende sociali francesi, grandi proteste che si risolvono in concessioni, mantenimento di garanzie e privilegi, aumento della spesa. Ma le elezioni sono alle porte, il consenso langue e in fatto di spesa pubblica proprio Macron ha offerto una formidabile sponda al governo italiano, quando ha stanziato dieci miliardi di sussidi. E’ vero che il debito francese non è comparabile a quello italiano e che le garanzie di stabilità e sostenibilità sono maggiori, ma la Francia si avvia a raggiungere il livello di guardia del cento per cento del Pil, (2300 miliardi, 35 Mila euro per ogni francese) il che si traduce in un fabbisogno di cinquanta miliardi all’anno solo per interessi. La decisione di ridurre l’imposta sulla fortuna, (una specificità tutta francese) mantenendola solo sugli immobili, ha liberato risorse per investimenti, ma la maggioranza dei francesi sarebbe favorevole a ristabilirla com’era.

Che fare allora? La riforma delle pensioni è tornata d’attualità, ma la strada è in salita, sia per un impegno preso in campagna elettorale a non innalzare l’età pensionabile (oggi a 62 anni), sia perché può essere suicida (oltre che un regalo a partiti e movimenti populisti)  toccare le pensioni alla vigilia delle elezioni, proprio quando il vicino di casa italiano l’età pensionabile addirittura l’abbassa senza curarsi del debito e dello spread.

La soluzione di cui si discute è di uniformare la trentina di regimi speciali degli impiegati pubblici e para pubblici e introdurre un sistema a punti che premi chi scelga di rinviare la data dell’uscita dal lavoro. Insomma una prospettiva realistica, condizionata dall’economia, dalla demografia, dall’allungamento della vita. Ma quando si toccano le pensioni, il realismo si sa è merce rara.

5 maggio, 2019|FRANCIA|